Le Fate Giardiniere… ora Pasticcione

Disastrosa acqua alta a Venezia 1

12 Novembre 2019

Placida. Serena.

Non mi agito mai troppo. Un buon carattere tutto sommato, a dirla breve un’acqua cheta.

La mia irrequietezza è invisibile.

Oltre le apparenze un respiro silenzioso e perenne movimento. E’ così che mi trasformo, divengo, muto.

Accarezzo sabbie e fango, disegnando linee ondulate e cerchi. Mai linee rette.

Quelle le disegnate voi.

Ci fu un tempo in cui mi credetti amata e rispettata.

Mi conoscevate, sapevate come prendermi e il mio bene era il vostro.

Vecchi amici, tanto tempo trascorso assieme, alti e bassi ma si andava d’accordo.

Sbaglio a dire che ora mi sembrate degli estranei?

Sbaglio a pensar male di noi, della nostra storia insieme? Sbaglio a pensare che eravate solamente ancora troppo deboli per sfidarmi?

Imbavagliata come fossi una nemica, dopo tanto dato, avuto, condiviso, compreso, amato. Sapete cosa succede a mettere una mano davanti alla bocca di un innocente?

Se non vuoi che ti morda le dita devi tapparla bene quella bocca spaventata.

Altrimenti tra quelle dita ingiuste il suo urlo s’infilerà con più rabbia e ferocia.

Mille storie insieme e tutte in una voragine di oblio.

Così quello che credevo uno dei miei tanti profondi sospiri si è accresciuto nel dolore e la mia voce si è fatta grossa. Un urlo potente, liberatorio.

Ho offeso tutti, non ho guardato in faccia nessuno, il ricco, il povero, gli scantinati ammuffiti e i locali esclusivi, i sacchi di spazzatura e le colonnine di marmo.

Lo sapevate che avevo buoni alleati.

Placida, pigra. Serena.

La luna è arrivata per prima. Luminosa e puntuale.

Mi ha sorriso. No, non sorriso, ghignato.

L’aspettavo da un anno. Mi aspettava da un anno.

Mi ha detto: “Trascino il Mare, se vuoi. Lui fa quello che gli dico io”

Le ho detto sì e il mare è accorso galoppando sulle onde e sbraitando alti spruzzi.

Al vederlo ho sentito l’orgoglio calpestato ribollire, crescere, gonfiarsi.

Gonfiata davvero, come un gran pallone pieno d’odio.

Così ho chiamato il vento caldo, e lui è arrivato, rubando al deserto miraggi e tepore.

Mi ha detto: “Sei sicura che lo vuoi?”

Al vento caldo ho detto sì.

foto da facebook

Il vento caldo ha chiamato da nord quello freddo ed egli è giunto correndo, pronto alla chiamata.

Fischiavano, ululavano, s’intendevano che era un piacere. Si vedeva che erano incazzatissimi.

Li ho chiamati apposta.

Mi hanno detto: “Dai che iniziamo a dire la nostra!”

“Bene, chi c’è con noi?”

“Tutto”

“Tutto chi?”

“Il mondo”

Hanno danzato prendendosi per mano in un girotondo scatenato.

Giravano e giravano. Folli con lo sguardo cattivo.

Io li vedevo che ridevano, che si divertivano.

Non è bello ridere quando si fa del male.

Non è bello ma ho riso anch’io.

Perché era una gioia farmi risucchiare con tanta impetuosa energia.

Proprio io, con la mia indole tranquilla. La Serena di una volta.

Su, su, velocissima, come dovessi raggiungere il cielo.

Non ho raggiunto il cielo. Un metro e ottantanove mi è bastato.

foto da facebook

A quel punto non mi avrebbe fermata più nessuno.

Sono entrata in città da padrona, sotto i vostri sguardi increduli.

Ho imposto la mia lingua a voi che volevate impormi la vostra e le strade sono diventati canali, le calli ghebi, i campi ciari. La piazza un grande lago.

https://www.metropolitano.it/centro-maree-ecco-come-funziona-una-eccellenza-tutta-veneziana/

Poi sono crollata giù e mi sono guardata attorno.

Mi dispiace vedere tante brutture, a me piacciono le cose belle, le cose buone.

Tutte, anche quelle che sapete fare voi.

Ho visto gondole sbattute sulle rive, coltivazioni distrutte dal salso, rive bianche divorate dall’ira e case imbevute di dolore. Mi dispiace.

Mi dispiace ma non tanto. Avete imparato che sono più forte, che siamo più forti.

Che sappiamo allearci, sappiamo incazzarci.

Ora e in avanti fino a quando l’acqua sommergerà la vostra fragile tracotanza.

Fino a quando anche i bambini si domanderanno:

“Ma come? Non si va più a scuola?”

Maestra Caterina Peschiera

foto da facebook

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